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Biografia di Vittorio Messori

Giornalista - Scrittore

Vittorio Messori

Vittorio Messori è nato a Sassuolo (Modena) il 16 aprile del 1941 da una famiglia contrassegnata dal tradizionale anticlericalismo emiliano. Il padre Enzo (che diverrà uno dei più noti e apprezzati poeti in dialetto modenese, autore di veri best seller a livello locale), dopo tre anni nel Regio Esercito militò nella divisione Littorio della Repubblica Sociale.

Dopo l’addestramento in Germania, combattè sul fronte delle Alpi Piemontesi, per contenere i tentativi dei francesi di De Gaulle di scendere in Piemonte. Nel frattempo, la famiglia era sfollata nel Bresciano da dove, a guerra finita si trasferì a Torino. Qui, il padre trovò lavoro presso la direzione generale dell’Italgas (sulla quale riportiamo un bell'articolo dello stesso Messori), il cui presidente era ancora il senatore Alfredo Frassati, padre del beato Pier Giorgio.

Gli studi

Così, sin dalla prima elementare, il piccolo Vittorio frequentò le scuole, ovviamente pubbliche, del centro della metropoli piemontese. Fece il ginnasio e il liceo classico al celebre D’Azeglio, i cui allievi (figli della borghesia torinese liberal e gauchiste) crearono sia la Juventus che l’editrice Einaudi.

Sempre a Torino, frequenta la facoltà di Scienze Politiche. Qui la sua formazione laica, razionalista ed agnostica si consolida a contatto con intellettuali del calibro di Luigi Firpo e Norberto Bobbio, di cui diventa allievo fedele. Si laurea nel 1965 con una tesi in storia del Risorgimento, relatore il prof. Alessandro Galante Garrone e con due "sottotesi" discusse con gli stessi Bobbio e Firpo.

La conversione

Poco prima, nel luglio del 1964, dopo quella che lui stesso definisce "una evidenza del cuore", seguita alla lettura dei Vangeli, Messori si era convertito al cattolicesimo. Il racconto di quella conversione, e di quanto seguì subito dopo, è contenuto in uno splendido articolo di Francesco Cevasco, uscito sul Corriere della Sera del 29 luglio 2000.

Inizia, da allora, una ricerca appassionata delle "ragioni della ragione" a conforto delle "ragioni del cuore" che lo avevano spinto ad abbracciare la Fede. Bisognoso di conoscere quella prospettiva e quel mondo cristiano così inaspettatamente scoperti, decide di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorre il 1966 e il 1967, utilizzando soprattutto la grande biblioteca per le ricerche in vista del libro che intende scrivere e che sarà Ipotesi su Gesù. Terminati i corsi, nel 1968 torna a Torino, dove inizia la sua attività professionale presso la SEI, la Società Editrice Internazionale i cui inizi risalgono a don Bosco stesso. Impegnato prima in redazione, passa poi a dirigere l’Ufficio Stampa, mentre comincia la collaborazione a giornali e riviste culturali. In contrasto con il clima “sessantottardo” che lo circonda, lontano da ogni ubriacatura ideologica e teologica (non parteciperà ad alcun corteo, non firmerà alcun manifesto, non si assocerà ad alcuna contestazione clericale), all’impegno professionale affianca la continuazione della ricerca per il suo libro.

Messori aveva una precisa vocazione al giornalismo "ma –come ha detto una volta–questo è ormai un mestiere feudale, che si tramanda cioè per via ereditaria: i padri lo passano ai figli o ai nipoti. E qualche volta –perché no?– alle amiche… Tutto questo, naturalmente, non impedisce a qualche giornalista di moraleggiare, indignato, nei confronti di nepotismi e favoritismi: ma solo quelli di altre categorie sociali…".

Non avendo parenti o “care amicizie” nei giornali, ed essendoci tra l’altro a Torino un solo giornale (La Stampa, mentre la gloriosa Gazzetta del Popolo ormai agonizzava), la strada sembrava sbarrata, malgrado certe sue collaborazioni in periodici anche di prestigio...

Ma, per diventare giornalisti professionisti, bisognava fare i 18 mesi di praticantato presso un quotidiano o un grosso settimanale. L’occasione venne alla fine del ’70, quando –grazie a un amico che doveva essere sostituito perché da La Stampa passava alla Rai e che lo segnalò al redattore capo– Messori riuscì ad entrare “dalla porta di servizio”, quella dell’edizione del pomeriggio.

A Stampa Sera, grazie alla sua conoscenza delle lingue -occorreva seguire la stampa straniera, ricavandone notizie- era destinato alla redazione. Ma, probabilmente per diffidenza verso un “cattolico” (avendo sino ad allora diretto l’ufficio stampa della Editrice salesiana), sin dal primo giorno fu destinato al “purgatorio” della cronaca cittadina.

In realtà quell’esperienza fu provvidenziale, come ha narrato in Le cose della vita, pag. 271ss.: "Avendo fatto buoni studi ed essendomi sino ad allora occupato di libri, rischiavo di diventare un intellettuale. In cronaca, grazie a Dio e grazie alla quotidiana, spesso brutale immersione nella realtà quotidiana di una città industriale di più di un milione di abitanti, mi fu dato di capire cos’è la vita vera, chi sono e che cosa sperano o temono le persone concrete, così diverse da come le immaginano gli ideologi.

Imparai anche il senso della notizia e la scrittura rapida, essenziale, semplice, in grado di farsi capire anche dai lettori, spesso di cultura limitata, dei quotidiani della sera.

Non dimenticando, poi, che palcoscenico del mio lavoro quotidiano era quella Torino che ho molto amato e che tuttora amo, tanto da desiderare di farne la vera protagonista di un romanzo che progetto da molti anni e che non so se riuscirò mai a terminare". Un impegno giornalistico preso tanto sul serio, da ricavarne anche molte querele e addirittura un processo per avere svelato certi retroscena di uno scandalo finanziario cittadino. Senza contare i pericoli del lavoro, in quegli anni di piombo, nel quotidiano proprietà dell’odiata Fiat: il vicedirettore, Carlo Casalegno, fu ucciso dalle Brigate Rosse, la sede della redazione fu oggetto di vari attentati.

Tutto libri

Dopo oltre quattro anni di cronaca, (prima “nera” e poi “bianca”), Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo designa nel gruppo di tre giornalisti destinati a creare l’ancora oggi esistente Tuttolibri, declassato però da anni a inserto del quotidiano, mentre nacque come autonomo settimanale culturale. Messori non solo non ha chiesto lo spostamento ma cerca di resistere: in cronaca si trova bene, non ha voglia di rientrare nel giro di una certa “cultura” che, spesso, non stima e non gli interessa. Levi, però, insiste e il nostro cambia dunque di stanza, pur nello stesso palazzo sulle rive del Po. "Come temevo" racconterà poi "dovetti subire il fatto che il primo numero di Tuttolibri, uscito nell’autunno del 75, annunciava in copertina un’intervista ad Alberto Moravia: una sorta di manifesto di una intellighenzia alla quale mi sentivo ormai estraneo, malgrado fosse quella in cui mi ero formato".

Il primo libro

Comunque, proprio in quelle settimane, Messori aveva consegnato alla SEI (che scelse per motivi di amicizia) il manoscritto di Ipotesi su Gesù: in tutti quegli anni, alle molte inchieste che doveva fare per il giornale, aveva affiancato la sua personale, riservata inchiesta sulle origini del cristianesimo, cominciata dodici anni prima e continuata con tenacia. "Gli amici salesiani" ha ricordato poi lo scrittore "tennero nel cassetto per un anno quel libro e quando si decisero a pubblicarlo, nell’autunno del 1976, lo fecero in una brutta brossura con un tiratura inferiore a tremila copie. Lo stanziamento pubblicitario era risibile: qualche piccolo annuncio in pochi giornali. Nello smarrimento postconciliare, quei pur ottimi religiosi erano convinti che quella che definivano “apologetica”, quasi fosse una parolaccia, fosse ormai improponibile, che interessasse solo qualche cattolico anacronistico. Per questo restarono talmente sorpresi dell’immediata vendita della prima tiratura che, pensando a un equivoco, continuarono a lungo a fare piccole ristampe, immediatamente assorbite dal mercato".

Nel 2001, a 25 anni dall’uscita, Ipotesi su Gesù, continua ad esser ristampato e venduto, avendo ampiamente superato in Italia il milione di copie. Nel 2001 è uscita un’ennesima edizione ma con una lunga postfazione in cui lo scrittore “fa i conti”, a un quarto di secolo, con quelle sue pagine giovanili. Stando ai dati della SIAE il saggio di Messori è, con il Don Camillo di Guareschi e Il Nome della Rosa di Umberto Eco il libro italiano più venduto e tradotto. Gli sono stati dedicati studi e tesi di laurea anche come “fenomeno editoriale”, visto che è stato tra l’altro il primo libro cattolico, edito da una casa cattolica, in testa per anni alle classifiche “laiche” dei best sellers. In effetti, per la prima volta un saggio religioso, esplicitamente “credente”, rompeva il ghetto del pubblico e della cultura confessionali, dilagando al di fuori delle librerie religiose. Tra i molti premi, il Bancarella, uno dei più popolari e prestigiosi.

Tra i primi lettori, in quel 1976, vi fu l’allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, che si trovava a Roma per predicare gli esercizi spirituali a Paolo VI. Mons. Wojtyla ne restò colpito e, tornato a Cracovia, diede disposizioni perché fosse tradotto in polacco. Poiché la censura comunista si oppose (con la consueta finzione della mancanza di carta), il cardinale arcivescovo fece pubblicare Ipotesi su Gesù a puntate sul suo settimanale diocesano. Una storia che Messori conobbe solo nel 1994, in occasione della preparazione della celebre intervista a Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza: un piccolo retroscena che spiega, tra l’altro, la scelta del giornalista italiano per quello che fu definito dalla stampa internazionale “uno storico colloquio”.

Davanti al successo, prima italiano e poi mondiale, la reazione di Messori fu di difesa: "Mi spaventò subito la minaccia di diventare noto, magari di fare carriera sulle spalle di Gesù Cristo. Quel libro nasceva dalla mia vita più profonda, voleva essere una testimonianza di fede, un saggio rigoroso ma al contempo il diario di una passione. Mi inquietava anche il fatto che i lettori mi prendessero sin troppo sul serio, inondandomi di lettere o accorrendo in folla quando accettavo di presentarlo. Ma io non avevo niente da insegnare a nessuno: semmai, ero solo il divulgatore di cose scontate, che credevo che almeno i cattolici conoscessero bene. Così, decisi di nascondermi". In effetti, proprio nel pieno del boom delle vendite, delle traduzioni, dei commenti, l’autore chiedeva, a norma di contratto giornalistico, un’aspettativa di sei mesi e si ritirava in una casa, senza telefono, in un villaggio del Monferrato, continuando la sue ricerca al riparo di ogni richiesta.

Jesus

Una di queste richieste, però, lo faceva riflettere. Don Zilli, il carismatico direttore di Famiglia cristiana, l’artefice dello straordinario successo del giornale, aveva deciso di creare un mensile di informazione religiosa, con l’impegnativa testata di Jesus. Al di là del nome, però, il nuovo giornale era tutto da inventare. Don Zilli chiedeva dunque a Messori di affiancare un paolino, don Antonio Tarzia, per potere uscire nel gennaio del 1979. Sulle prime Messori rifiutò: "Tutto sommato a La Stampa mi trovavo bene: da buon emiliano ho sempre conservato una certa diffidenza per gli ambienti religiosi e, con tutto il rispetto per i paolini, mi piaceva l’idea di continuare a scrivere da cattolico su un quotidiano così laico". Poi, però, si lasciò convincere: "Avevo, ovviamente, intenzione di continuare la mia ricerca, che nasce da un bisogno personale e non dal desiderio generico di scrivere dei libri. L’avrei proseguita anche se le Ipotesi avessero diffuso solo le 3.000 copie previste dalla SEI. L’incredibile impatto di quel primo libro mi aveva però mostrato quale sia il bisogno di informazione su questi temi e che spesso non sembra trovare risposta adeguata. Con centinaia, poi migliaia di lettere (alle quali tra l’altro, mi sono imposto di rispondere sempre e di persona, malgrado la quantità e, dunque, il tempo e la fatica), mi si spronava a continuare. A La Stampa non solo il lavoro era assai impegnativo ma spesso riguardava temi, pur “culturali”, che poco mi interessavano. A don Zilli, dunque, alla fine dissi di sì, purché mi fosse concesso un orario ridotto, accettando ovviamente anche uno stipendio ridotto…".

Così, nell’autunno del 1978, Messori si trasferiva a Milano e, con don Tarzia, una segretaria e un grafico, “inventava“ Jesus. Sarà bene precisare che, dopo gli anni dell’avvio, lo scrittore continuava a collaborare con un lungo servizio ogni mese, ma cessava di recarsi in redazione, mentre il giornale sceglieva una sua linea all’interno del mondo cattolico. Come ha più volte detto: "Ho sempre rispettato il punto di vista del gruppo di Famiglia Cristiana e attesto volentieri che, in quel gruppo, è sempre stato rispettato il mio. Spesso quei punti di vista non erano convergenti, ma lo scambio di opinioni è sempre stato tanto franco quanto fraterno, nella consapevolezza che cattolicità significa pluralità di accenti, di stati d’animo, di temperamenti nell’unità della fede comune. Si può, talvolta si deve, battagliare sul sagrato della chiesa: quando si entra, però, occorre riscoprirsi fratelli che si vogliono bene perché riconoscono la buona fede dell’altro e, soprattutto, perché recitano convinti lo stesso Credo. Ho sempre difeso il mio diritto di cittadinanza nella Chiesa ma mai ho cercato, né mai cercherò, di negare quel diritto ad altri. L’uniformità, per fortuna, non esisteva neanche nella Chiesa del Nuovo Testamento: anzi, l’unità vera nasce dalla compresenza di quelle infinite sfaccettature dell’intelligenza e del temperamento umani che fanno parte del Dio creatore".

Sin dal primo numero di Jesus (uscito, come programmato, nel gennaio del '79 con una grossa campagna di stampa che suscitò scalpore per un Gesù “in giacca e cravatta”, per segnalare subito l’attenzione all’oggi della fede) , sin dal primo numero, dunque, Messori pubblicò una “puntata” di quei dialoghi su Gesù che confluirono poi nel volume dal titolo Inchiesta sul cristianesimo.

Inchiesta davvero a tutto campo, realizzata con un incontro e un dialogo approfondito con famosi agnostici, atei, cattolici di ogni confessione, credenti di altre religioni.

Una straordinaria “mappa” delle ragioni per credere e di quelle per dubitare, nel confronto personale, diretto, con i grandi nomi della fede e della incredulità.

Nei 22 anni, fino ad oggi, in cui ha collaborato con Jesus, il nostro vi ha sempre curato dei “cicli”, diluiti mese per mese, che sono poi confluiti in libri. Dopo i Dialoghi su Gesù, fu la volta, per anni, de Il caso Cristo, da cui vennero i due volumi Patì sotto Ponzio Pilato? (1992) e Dicono che è risorto (2000), tradotti, ovviamente, in molte lingue. Venne poi il lungo tempo del Taccuino mariano che, nonostante i solleciti pressanti di numerosi editori, Messori non si è deciso ancora a pubblicare.

Dopo di che, fu la volta degli Incontri, con i responsabili degli ordini e delle congregazioni religiose, per individuare, attraverso la loro testimonianza, opportunità e problemi della Chiesa in questi decenni postconciliari. Da poco, poi, è iniziata La bussola che intende prolungare la celebre rubrica Vivaio di Avvenire e di cui parleremo.

Dice lo scrittore: "Trovo molto utile, per me e –spero anche per il lettore, questa formula di anticipare sulle pagine di un giornale i capitoli dei miei saggi in costruzione. Quando si tratta, in effetti, di passare al libro, posso rielaborare e completare il materiale anticipato, valendomi di ulteriori studi e riflessioni e, soprattutto, del contributo dei lettori che criticano, elogiano, collaborano. Se rispondo a tutti è anche per gratitudine: questo dialogo continuo, iniziato col primo libro stesso (dove mettevo l’invito a scrivermi) è talvolta faticoso ma molto produttivo".

Accanto, però, al lavoro per Jesus, Messori continuava la riflessione per un seguito a Ipotesi su Gesù. Lo straordinario successo aveva naturalmente indotto i maggiori editori, non solo cattolici ma anche laici, a fare pressioni per avere un nuovo libro da lui. E, invece, seguirono sei anni di silenzio e di rifiuto non solo di ogni proposta editoriale ma anche di impegno nella redazione o, talvolta, nella direzione di importanti giornali. Anni pure di rifiuto (che sarà poi costante, interrotto solo da ben poche eccezioni, rispetto alla quantità dei solleciti e delle richieste) di una presenza televisiva, spesso a livello di gestione di trasmissioni o di spazio personale.

"Quello che mi interessava era continuare la mia ricerca sulle ragioni della fede. Intendevo continuare il programma che, sin dall’inizio, mi ero proposto, senza farmi condizionare dalle proposte che mi arrivavano da tutte le parti. Volevo, cioè, cercare di rispondere alla domanda, semplice o terribile, che sorge davanti al vangelo: ‘E’ vero o non è vero?‘. Dopo avere riflettuto sul dossier di notizie storiche di cui disponiamo su Gesù Cristo, era il momento di confrontarsi con la credibilità , con la verità del suo messaggio: che è un annuncio di vita eterna aperta a tutti. E’ questo il cuore del Vangelo, che non a caso è tutto basato sulla vittoria di Gesù sulla morte: una risurrezione che è speranza per tutti che la morte non sia l’ultima parola e che questa nostra vita terrena non sia che un prologo della vita vera, quella che tutti attende nell’eternità. Una fede che non guardi all’aldilà, pur prendendo radicalmente sul serio la storia, finisce per essere superflua e diventare un umanesimo filantropico, un volontariato, un impegno socio-politico".

La scommessa

Così, nel 1982 –dopo ben sei anni, appunto, dal primo libro– usciva Scommessa sulla morte: era una tale provocazione in una società (e spesso, purtroppo, in un a Chiesa) dove questa realtà è rimossa che nella rete commerciale dell’editore ci fu una sorta di rivolta. Per una questione di fedeltà (e di devozione a don Bosco di cui, quand’era alla SEI, aveva curato una biografia: il suo primo, ignorato lavoro editoriale) Messori aveva rifiutato le offerte delle grandi case laiche, riaffidando il nuovo manoscritto alla editrice salesiana. I cui venditori, però, protestarono per il titolo, trovando la parola “morte” troppo cruda per librai e lettori. In realtà, anche Scommessa sulla morte è ancora in catalogo e continua ad esser ristampato, avendo ormai superato le 400.000 copie, trovando sempre nuovi lettori anche nelle traduzioni che continuano. Malgrado i timori dei venditori, per alcuni è uno dei libri più intensi dello scrittore e anche uno dei più profetici: la crisi mortale del marxismo, proprio per la sua disumanità, vi è tra l’altro denunciata con vigore, malgrado per molti, allora, il comunismo avesse ancora un grande futuro.

Dopo il Cristo (Ipotesi su Gesù) e il suo messaggio centrale di vita e di risurrezione (Scommessa sulla morte), Messori intendeva adesso scandagliare la realtà della Chiesa. Una Chiesa che, soprattutto in quegli anni, sembrava smarrita, alla ricerca di una nuovo assetto istituzionale se non, addirittura, di nuovi, diversi contenuti di fede. Niente di più adeguato che interrogare, al proposito, il “guardiano“ stesso del Credo cattolico, quel cardinal Joseph Ratzinger che Giovanni Paolo II aveva messo a capo dell’ex Sant’Uffizio, ora Congregazione per la Dottrina della Fede. Impresa che tutti davano per impossibile: mai un “Prefetto della Fede“ aveva ricevuto giornalisti, rompendo il proverbiale silenzio, la storica discrezione del Sant’Uffizio. I cui archivi, tra l’altro, erano ancora chiusi alla consultazione. Messori, però, grazie a una tenacia unita alla credibilità guadagnata con i due best seller già pubblicati, non solo otteneva di essere ricevuto, come intervistatore, dal card. Ratzinger ma addirittura di fare un libro con lui.

A Bressanone

Così, a partire dal Ferragosto del 1984, il cardinale e il giornalista si chiudevano, soli, in una sala del seminario di Bressanone, deserto per la vacanze estive. Da tre giorni interi di colloqui nasceva Rapporto sulla fede che, anticipato in alcuni brani da Jesus nel novembre di quel 1984 e pubblicato in libro (dalle edizioni San Paolo) la primavera successiva, provocava un enorme clamore nella Chiesa di tutto il mondo. Subito tradotto in molte lingue (l’edizione americana, in tascabile, si vendeva nelle stazioni e negli aeroporti e superò il mezzo milione di copie, diffusione di massa anche in spagnolo, in tedesco, in francese) Rapporto sulla fede costituì un tale choc che molti, nelle recenti storie della Chiesa, utilizzano la data della sua pubblicazione come la fine del periodo postconciliare, almeno nella sua fase turbolenta e contestatrice.

Nell’autunno di quell’anno si apriva in Vaticano il Sinodo mondiale dei vescovi per commemorare i vent’anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II: alla folla, insolitamente numerosa, dei giornalisti accorsi da ogni Continente , attratti dalle polemiche roventi suscitate dal libro curato da Messori, il portavoce vaticano dovette subito e pubblicamente precisare che i vescovi non erano lì per discutere di quel volume.

Il cardinal Ratzinger denunciava con tale chiarezza pericoli e difficoltà nella Chiesa e condannava con tale nettezza teologie come quella detta “della liberazione”, che la reazione degli ambienti clericali progressisti fu così virulenta da non limitarsi agli insulti e alle aggressioni verbali, in una miriade di articoli, opuscoli, interventi televisivi. "In effetti" ricorda Messori "a un certo punto dovetti lasciare per qualche tempo Milano e ritirarmi, senza lasciare indirizzo, in una casa di religiosi amici, lontano dalla città. Continuavo a ricevere minacce –quasi sempre anonime ma talvolta firmate con nome e cognome da religiosi imbestialiti– con le quali mi si annunciava che avrei pagato cara la ‘colpa‘ non solo di avere intervistato il Grande Inquisitore ma di non averlo contraddetto, indignato, quando demoliva le teorie di chi vedeva nel postconcilio solo una nuova primavera della Chiesa… Le minacce di aggressione fisica non arrivavano solo con la posta o con il fax ma anche con continue telefonate, anche notturne. Così, dovetti staccare per qualche tempo ed entrare, per così dire, in clandestinità….

Ci fu addirittura un teologo che mi denunciò ai tribunali ecclesiastici, a norma del diritto canonico, ‘per avere attentato alla tranquillità della Chiesa ‘: e, questo, per avere riferito senza commenti il pensiero del braccio destro dottrinale del Papa… Si replicò che, in realtà, quello del libro non era Ratzinger ma il Ratzinger secondo Messori, da lui manipolato. Il cardinale, allora, ricordò ufficialmente di avere rivisto ed approvato il testo che gli avevo sottoposto prima della pubblicazione. Cose, del resto, che già aveva detto alla folla dei giornalisti, intervenendo di persona alla presentazione del Rapporto in Vaticano. Devo dire che ancora oggi ricevo lettere di ringraziamento per queste pagine perché, mi si scrive, hanno ridato fiducia a coloro che temevano di doversi ormai rassegnare alla liquidazione della dottrina cattolica di sempre".

A Desenzano

Nell’estate del 1990, lo scrittore lascia Milano e si trasferisce a Desenzano del Garda. Dice: "Non ho mai avuto nostalgie bucoliche, tentazioni verdi, fisime ecologiste. Al contrario, amando la storia, ho sempre amato le grandi città, teatro di quell’avventura umana in cui cerco di scorgere e decifrare le tracce e i segnali del Dio che ha voluto entrare nella nostra storia. Così, ho amato Torino, questa grande e dura città industriale, dove sono cresciuto, dove ho lavorato; e poi, pur punto spesso dalla nostalgia per il Po e la Mole, non mi è dispiaciuto trasferirmi a Milano, dove pensavo di trovare una sorta di New York italiana.

"Nella città lombarda ho vissuto una dozzina anni e, pur dicendole la mia simpatia e la mia gratitudine (è difficile non volerle bene!) devo confessare che sono rimasto deluso: più che una metropoli, ho trovato una città non solo soffocata da un cumulo di funzioni troppo gravose per la sua struttura –non è mai stata capitale di un regno- ma anche paralizzata dall’impotenza delle precarie giunte della fine della cosiddetta prima Repubblica. Quando poi, nel periodo del sindaco-cognato, Paolo Pillitteri, ho visto ogni dinamismo soffocato dall’ideologia rosso-verde di cui il sindaco era ostaggio (l’ideologia sedicente progressista, in realtà spaventosamente reazionaria, per la quale il metrò sarebbe borghese e il tram proletario, quella per cui ogni auto è un male e ogni bicicletta o autobus un bene, quella per cui ogni cantiere è speculazione e ogni opera pubblica spreco borghese), quando ho visto questo, ho deciso che non avrei più sopportato di vedere una simile camicia di forza imprigionare una città piena di energie potenziali e inespresse.

"Dunque, non me sono andato per sfuggire alla grande città: al contrario, me ne sono andato perché non era in realtà la metropoli che sognavo; e, soprattutto, perché lo schematismo ambientalista e il passatismo dei cosiddetti progressisti faceva di tutto per impedirle di diventarlo. Sognavo grattacieli, metropolitane, negozi aperti di giorno e di notte, il respiro della libertà di fare e disfare, di salvarsi e dannarsi, santi e criminali, il capitalismo con le sue durezze e con le sue opportunità (non a caso i miei film di culto sono Giungla d’Asfalto di John Huston e Metropolis di Fritz Lang) e invece Milano, come tutto il Paese, era paralizzata da una cultura - qualcuno la chiama clerico-marxista- che aborriva ciò che io amavo e ripeteva le sue lagne moraleggianti e le sue parole magiche da città dell’utopia, dove tutti dovrebbero volersi bene e, soprattutto, praticare quella “solidarietà” che ha preso il posto della ormai impronunziabile “carità“.

"Dove andare, comunque, visto che ero del tutto libero, che non avevo più obblighi di redazione né figli, con i relativi problemi scolastici? Ho scelto quello che, dai tempi di Virgilio e di Catullo è il mare di noi padani: il Benacus, il Garda. Ci sono venuto con la mentalità dell’esiliato: in effetti, non ho scelto il paesino, bensì il maggior centro del lago, la sua piccola –ma vivacissima– capitale, con una importante stazione ferroviaria (sin da bambino ho un amore violento per i treni) e un casello autostradale, a un’ora di quella Milano abbandonata per delusione. E non ho scelto la casa turistica “vista lago”, ma un palazzina con giardinetto in pieno centro storico, a pochi metri della piazza principale. A Milano, comunque, ho conservato a lungo la mansarda, nel quartiere cinese attorno a via Sarpi, dove ho scritto tutti i miei libri “milanesi”.

Sul Garda lombardo, preciso, mi trovo benissimo: c’è, in questa civiltà bresciana, l’unione della solidità celtica con l’umanità latina e questo crea un ambiente umano che mi è congeniale. Sono venuto in punta di piedi, con la massima discrezione. Ma appena saputo che c’ero, assessori, biblioteche, Rotary e Lyons Clubs, parrochie e quant’altro hanno cominciato ad invitarmi per conferenze, dibattiti, manifestazioni. A tutti, con gentilezza e fermezza, ho spiegato che ero venuto per far vita ritirata, dedicandomi in pace alla mia ricerca. Hanno capito, senza insistere. E io sono grato a questi miei ormai concittadini anche della loro civilissima discrezione che mi ha permesso, tra l’altro, di tenere fede al mio impegno di non parlare mai in pubblico in questo posto in cui vivo. Così, mi è capitato di dovermi “esibire” , costrettovi dai miei editori locali, a Toronto e a Parigi, a Lisbona e a Madrid, a Roma e Losanna: ma mai a Desenzano".

La vita quotidiana

Nella città lacustre, Messori ha sistemato la sua ingombrante biblioteca specializzata in scienze religiose (circa 20.000 volumi , in continuo aumento) e, con la moglie Rosanna, conduce vita semplicissima e il più possibile solitaria, com’è nei suoi gusti. Barche, piscine, auto di lusso, servitù, attrezzature tecnologiche ed elettroniche, abiti alla moda viaggi esotici: ciò che per altri è un sogno, per lui sarebbe un incubo. Ma non certo per un moralismo, che detesta in ogni caso: "Il fatto è che tutto ciò che va al di là dei bisogni primari (diversi per ciascuno: io, per esempio, ho un bisogno patologico di carta stampata) non esige solo denaro ma anche tempo, applicazione, spesso fatica. E io, invece, voglio coltivare il mio otium , la libertà di pensare a ciò che davvero mi interessa. Mi infastidiscono comunque le prediche, purtroppo spesso clericali, contro quello che chiamano “consumismo” e detesto i pauperismi demagogici. Se mi piace vivere, in fondo, come un povero (escludendo gli acquisti massicci di libri e di ogni sorta di giornali) non è per virtù ma per pigrizia: è ben più comodo non dovere studiare, ad esempio, i complicati libretti di istruzione di tanti marchingegni per il cosiddetto divertimento; così come è comodo non avere domestici per casa o non dovere occuparsi di una barca ormeggiata qui nel porto. Quanto ai viaggi, non riuscirò mai a capire quelli che addirittura pagano per soffrire tra aeroporti e autostrade".

Al mattino, vestito come capita, la colazione e la lettura dei giornali al tavolino –che gli è ormai riservato, vista la fedeltà di frequentazione– di un vecchio caffè sulla piazza principale, dominata dalla statua della desenzanese sant’Angela Merici, fondatrice delle Orsoline. Una passeggiata sul lungolago, una visita nella libreria e poi lo studio, la scrittura , la corrispondenza. Nessun impegno mondano o sociale o, meno che mai, politico, nessuna frequentazione delle pur molte case che sarebbero liete di averlo ospite: "La sola tessera che ho avuto in tasca, per qualche anno, è stata quella del Touring Club, per avere lo sconto sulle pubblicazioni, nonché quella dell’Automobil Club, per il soccorso stradale. E poi, ovviamente, l’obbligato tesserino –ogni anno bollato- dell’Ordine dei giornalisti . E’ tutto, quanto a mie “appartenenze“ e “militanze”. Sia chiaro, però, che neppure in questo mai mi sognerei di propormi ad esempio: grazie a Dio le vocazioni sono diverse e sono ben contento che altri, che vi sono chiamati, si impegnino a livello religioso, culturale, anche politico. Detestando, poi, lo dicevo, ogni moralismo austero, ogni tristezza giansenistica (e lieto che tra le accuse fatte a Gesù da quei maestri di bigottismo severo dei farisei ci fosse quella di essere “un mangione e un bevitore“) sono altresì contento che tanti coltivino amicizie e si frequentino in cene e feste. Ma io, che ci posso fare? Sento che il mio mestiere è riflettere, pensare, studiare e cercare poi di proporre ad altri quanto mi sembra di avere capito: dunque, mentre per tanti la solitudine è una sofferenza, per me è una gioia. Del resto, mi basta la compagnia di mia moglie della quale –mi si permetta di dirlo– è straordinaria l’umanità, la capacità di comprendere e di volere bene. Così come è singolare la sua preparazione culturale, che rischia di darmi un complesso di inferiorità: tre lauree lei, una sola io… Non a caso, scrive anche lei libri, e di grande interesse, oltre che articoli".

Il "mostro di rimini"

Messori si è appena trasferito a Desenzano quando esplode, imprevista e clamorosa, una bagarre che per almeno un paio di settimane lo sbatterà sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei telegiornali. In effetti, nell’agosto di quel 1990, presenta a Rimini, al Meeting di Comunione e Liberazione, il suo libro appena pubblicato: una biografia del beato Francesco Faà di Bruno, con il titolo Un italiano serio. Messori è cresciuto (senza allora saperlo, non essendo cattolico) nel quartiere torinese di San Donato, dominato dall’altissimo campanile, capolavoro di statica, progettato e costruito da Faà di Bruno. Nel lungo capitolo introduttivo del libro, spiega le ragioni per le quali ha scelto proprio questa figura straordinaria, eppure semi ignorata, della Torino del XIX secolo. Ma, al di là del protagonista messo sotto la sua lente, il “piano” che si era proposto prevedeva anche un lavoro del genere: "Volevo proporre la figura di qualcuno che avesse preso radicalmente sul serio il vangelo, proprio per mostrare quali fossero, in concreto, gli effetti positivi della fede sulla vita di coloro che ne accettano tutte le conseguenze. Anche questo è un modo, e non dei minori, di fare “apologetica” : mostrare la verità della parola di Gesù non con dei ragionamenti ma con l’esempio concreto, inconfutabile, di un credente in Lui. Non a caso ho messo come motto al libro una frase di Evagrio Pontico, il monaco del IV secolo: ‘A un teoria si può rispondere con un’altra teoria. Mai chi mai potrà confutare una vita?’".

Al Meeting di Rimini, quell’anno i molti giornalisti inviati dalle loro testate per raccogliere polemiche politiche sono delusi e annoiati : pochi leader partitici, pochi spunti che facciano titolo. Attribuiscono così a Messori la battuta di uno storico, durante l’affollatissima presentazione del libro su Faà di Bruno, per annunciare con clamore che lo scrittore "ha chiesto un tribunale di Norimberga per Cavour, Garibaldi e Mazzini". In realtà, ciò che loro interessava era il dibattito suscitato dalla realtà politica allora emergente, la Lega Lombarda di Umberto Bossi, con la sua polemica contro il Risorgimento e l’Unità Italiana. Aiutando anche la consueta “magra” estiva di notizie, inizia sul media-system una campagna di incredibile violenza e unanimità (destra e sinistra unite, cattolici –purtroppo– compresi) contro colui che viene trasformato in una sorta di “mostro di Rimini“. In tre articoli su Avvenire, raccolti poi ne La sfida della fede (pp. 435 ss.) Messori ha spiegato, in modo amaro ma non senza ironia, come andarono davvero le cose.

Comunque, tra le ricadute positive di quell’episodio clamoroso di inciviltà e di disinformazione, ci fu che forse proprio da lì giunse alle masse un primo segnale di quel benefico “revisionismo” storico che dominerà gli anni seguenti: può esserci, cioè, una realtà diversa e poco edificante dietro certi miti intangibili, dietro a epopee codificate e imbalsamate come quella del Risorgimento. Risorgimento che tra l’altro Messori, trattato come un rozzo dilettante durante il linciaggio mediatico, conosce assai bene, sin dai tempi della tesi di laurea e che da allora, da buon “torinese“ non ha mai smesso di frequentare. Tra le ricadute positive ci fu anche la stima accresciuta per lo scrittore, la cui difesa, sui giornali, fu al contempo ferma e pacata. Naturalmente, la bagarre fu benefica anche per la diffusione del libro che, dopo molte edizioni presso le Edizioni san Paolo, nel 1998 fu scelto da don Luigi Giussani per la collana che dirige per la Rizzoli-Bur, con il titolo Un cristiano in un mondo ostile: proposto ai ciellini come “libro del mese“, ebbe una nuova diffusione di massa.

Il caso cristo

Nella primavera del 1992, lo scrittore si decide a pubblicare la prima parte delle “puntate” del Caso Cristo, che ha ancora in corso su Jesus. Pubblica, cioè, i primi 37 capitoli con il titolo Patì sotto Ponzio Pilato? e con il sottotitolo Un’inchiesta sulla passione e morte di Gesù. Spiega: "Con le Ipotesi avevo cercato di fare un bilancio generale del problema della storicità dei vangeli. Volevo però andare più a fondo, fare una sorta di zoom per passare al vaglio episodio per episodio, parola per parola. Per far questo, non potevo scegliere altro che il blocco del Mistero Pasquale: i racconti, cioè, di passione, morte, risurrezione. Sono questi il cuore dei vangeli, che qualcuno ha chiamato –con un paradosso che esprime però una verità– semplici storie della morte e risurrezione di Gesù con un lungo prologo. Come al solito, prima di scrivere come un giornalista, ho cercato di lavorare come un professore: dunque non ho lesinato il tempo e la fatica, ho cercato di informarmi al meglio, di essere cioè un divulgatore ma non un dilettante".

Ancora una volta, il successo, non solo italiano, è straordinario: tanti lettori non avrebbero mai immaginato che, tra le loro letture, ci sarebbe stato anche un libro di esegesi biblica! Partiti, magari, con il timore che certi argomenti fossero troppo ardui per loro, sono stati avvinti, pagina dopo pagina, concludendo poi con la frase canonica: "Ma si legge come un romanzo!".

Al consueto favore del pubblico (una ristampa dopo l’altra, migliaia di lettere, recensioni su giornali più importanti, quelli laici compresi) fa riscontro il silenzio di molti specialisti, soprattutto cattolici.

"Buon segno" dice lo scrittore "Se ci fossero state sciocchezze grosse mi avrebbero stroncato. Se tacciono, vuol dire che gli appigli per la stroncatura non sono così agevoli…". Qualcuno, però, pubblica articoli aggressivi, sulle riviste specializzate. "Un mio maestro, all’università, mi ha insegnato che –come per tutto, del resto, nella vita, soprattutto per un credente- le critiche degli esperti vanno prese sempre sul serio ma mai sul tragico. Qualcuno ha detto che, spesso, “ il maggior nemico di un professore è il buon senso“. Può valere anche per certi biblisti e tante loro teorie, presentate come granitiche e regolarmente smentite dalla generazione di biblisti successiva. Comunque, sia chiaro: devo tutto, o quasi, agli specialisti, ai biblisti, ai teologi. Il loro ruolo è prezioso, anzi indispensabile. I miei libri sono costruiti con il loro lavoro: e, come mi è stato riconosciuto, appoggio ogni citazione presa dalle loro opere con nome e cognome. Ma i ruoli sono diversi: mio dovere è rivolgermi al grande pubblico, quello dei cattedratici è misurarsi con i loro colleghi . Occorre qualcuno che –spesso con grande fatica, sempre a suo rischio e pericolo– faccia da tramite tra la gente e l’accademia, che “gridi sui tetti” ciò che si sussurra in aule austere. E che, quando occorra, osi anche avanzare il sospetto che, in queste materie, non è tutto “scientifico“ quanto viene presentato per tale e che il Mistero deve continuare ad avere il suo spazio. Ridurre, come molti fanno, la Scrittura a un “oggetto di ricerca” da sezionare con gli stessi criteri (anzi, ancor più severi) che si usano per qualsiasi altro testo antico significa andare fuori strada".

Il primo vivaio

Quel 1992 è un anno intenso: nell’autunno, esce anche un massiccio volume, rilegato, di quasi 700 pagine, con ben 289 capitoli: ciascuno di essi è una puntata di Vivaio, la rubrica che lo scrittore ha tenuto a partire dal 1987 sul quotidiano Avvenire, con una periodicità bi o addirittura, per qualche tempo, trisettimanale.

Vivaio nasce durante la direzione di Avvenire da parte di Guido Folloni. Per il titolo della rubrica, come dirà nella prima puntata, lo scrittore si è ispirato a Giovanni Papini che, verso la fine della vita, contava di riunire in un libro gli spunti, le idee, gli appunti per articoli e libri che non avrebbe più potuto sviluppare per mancanza di energie e di tempo. Dunque, Papini li avrebbe gettati su un terreno di carta, sperando che germogliassero.

Messori, in tanti anni di ricerca, aveva accumulato una serie impressionante (qualche decina di chili…) di note, di abbozzi, di ritagli, nati dalle sue riflessioni e dalle sue letture. Decise di utilizzarli almeno in parte per una rubrica, giornalistica sì ma con una sua tenuta, vista la prevista destinazione a un libro. L’idea, cioè, era di esaminare l’attualità per inquadrarla in una prospettiva di fede che la spiegasse, che le desse un senso. La sfida, dunque, di cercare di partire dalla cronaca per andare verso l’Eterno…. Dice: "Credo che la mancanza più drammatica di cui soffrono oggi i credenti sia la dimenticanza di quella che i tedeschi hanno chiamato (dedicandovi persino cattedre universitarie, la più prestigiosa delle quali tenuta da Romano Guardini) die katholische Weltanschauung, cioè una visione cattolica dell’uomo, del mondo, della storia. Se si perde questa prospettiva si finisce nelle banalità, così spesso ipocrite o anche soltanto superficiali e sciocche, del politicamente corretto, nell’adeguamento dei credenti al mondo. E questa è una perdita per tutti: è il “sale della Terra” che diventa insipido".

Impaginata in un modo grigio, su due colonne, senza titolo se non quello della rubrica, relegata nelle pagine interne, spesso zeppa di refusi tipografici (un flagello attuale di certa stampa cattolica, un tempo esempio di rigore, almeno sul piano formale: don Bosco e don Alberione dicevano ai loro allievi tipografi che di un errore che gli sfuggisse dovevano accusarsi in confessione), Vivaio riuscì in realtà ad attirare l’attenzione appassionata di una folla di lettori, anche al di fuori di quelli abituali di Avvenire. In effetti, nei giorni della sua uscita il giornale aumentava in modo rilevante la tiratura. E quando, improvvisamente, cessò –nel 1992– la direzione cercò di tamponare la “falla” affidandosi al celebre giornalista e scrittore francese André Frossard: la cui rubrica, peraltro, sparì presto anche per ragioni di salute del titolare.

Nemico da sempre di ogni superficialità e approssimazione, Messori appoggiava ogni volta il suo discorso a una documentazione impressionante per vastità e solidissima sul piano storico: "Ho passato intere giornate, nella mia biblioteca o in quelle pubbliche, anche solo per verificare l’esattezza di una data, di un nome, di una notizia. Naturalmente, non c’è alcun merito in questo ma il riflesso condizionato della mia formazione nelle vecchie scuole del vecchio Piemonte, che mi porta a un orrore istintivo per ogni cialtroneria intellettuale; e poi, l’istinto di sopravvivenza: andavo a stuzzicare una cultura potente, spesso egemone, mostrandone i limiti, le faziosità, talvolta le manipolazioni. C’era da aspettarsi una reazione violenta, come difatti avvenne spesso. Dunque, occorreva prepararsi a rintuzzare la controffensiva scavando la trincea a regola d’arte. Faccio così anche per i miei libri: non metto note (i divulgatori come me non lo fanno, non possono farlo) ma conservo le schede con le indicazioni delle fonti su cui mi appoggio. Quando qualcuno cerca di smentirmi, ecco, sul giornale stesso che mi ha contestato, la mia replica con tutte le indicazioni bibliografiche, a livello universitario. E’ solo grazie a questo metodo che ho potuto sopravvivere per cinque anni con questo Vivaio, che quasi ad ogni puntata provocava un “digrignare di denti“ sia fuori che dentro la Chiesa. In effetti –come sempre mi è successo, anche con i libri– i nemici più acerrimi (talvolta, ahimè, più insidiosi e tenaci) erano in quel mondo cattolico che sembra essersi appiattito sulla vulgata dei miti e riti dell’attuale società liberal".

Anche se moltissimi collezionavano la rubrica ritagliandola dal giornale, erano forti le pressioni perché il Vivaio fosse raccolto in libro. La richiesta è accolta da Messori con la pubblicazione (nell’autunno, dicevamo, del 1992) di un primo volume con il titolo Pensare la storia e il sottotitolo Una lettura cattolica dell’avventura umana. L’arcivescovo di Bologna, cardinal Giacomo Biffi ne firmava un‘ ampia, importante prefazione dove diceva, tra l’altro: "…mi auguro che questo libro diventi subito uno strumento indispensabile dell’odierna azione pastorale….per fortuna lo Spirito Santo non lascia mai senza intrinseca protezione la Sposa di Cristo (…) Il presente volume è appunto uno di questi provvidenziali rimedi ai nostri mali." Aggiungendo, addirittura: "La sua comparsa è un segno che Dio non ha abbandonato il suo popolo". Terminando così: "Messori è, ringraziando il Cielo, autore originale e personalissimo e non c’è obbligo di condividere tutte e singole le sue sempre geniali opinioni. Ma non possiamo non condividere tutti –e tutti apprezzare– il suo coraggioso servizio alla verità e il suo amore per la Chiesa".

La quasi completa pubblicazione del materiale della fortunata rubrica proseguiva poi con altri due grossi volumi, edito anch’essi dalla San Paolo: nel 1993, La sfida della fede, nel 1995, Le cose della vita. Il primo di essi portava la prefazione del celebre sociologo belga Léo Moulin, dell’università d Bruxelles, che scriveva tra l’altro: "Messori è uno scrittore e un giornalista colto, coscienzioso, documentato, che parla soltanto di ciò che conosce: uno degli spiriti più liberi che io conosca, che si appoggia sempre su una documentazione impressionante… Sebbene agnostico, quale confermo di essere, condivido pienamente l’insieme delle tesi sostenute da Messori, per salvare valori che ci sono cari...".



Nonostante la mole, e il relativo prezzo, i tre volumi erano letteralmente presi d’assalto in libreria dai lettori della rubrica, che si sentirono smarriti, se non “traditi“, quando Messori –per libera scelta, e non perché intimidito dall’ostilità di certi settori clericali o dall’aggressività di una certa cultura laica o neppure, come si disse, per decisione della direzione che, al contrario, protestò vivamente per la sospensione che danneggiava la tiratura– quando Messori, dunque, decideva di interromperla. Giungevano oltre seicento lettere di rammarico e talvolta di protesta allo scrittore che dice ora: "Ciò che volevo era proporre un metodo per porsi, cattolicamente, di fronte alla cronaca e alla storia. Volevo mostrare che il cristiano ha qualcosa di proprio da dire, in nome di quella verità che, sola, libera. Volevo gettare un sospetto documentato su tante accuse rivolte alla Chiesa e oggi, purtroppo, accettate da cattolici ignari, inquinati dalla propaganda del “mondo” sino al punto di chiedere scusa per i fratelli che li hanno preceduti. Volevo ricordare che nella nostra storia, la più longeva di qualunque altra istituzione, i conti tornano, l’attivo supera di gran lunga, malgrado tutto, il passivo: il quale, tra l’altro, a ben guardare spesso non è affatto tale, almeno in una prospettiva di fede. Per far questo, ho dato ai lettori quasi duemila pagine in tre grossi volumi. Dopo di che, mostrato con tanta abbondanza di esempi il punto di vista da cui porsi, toccava a loro continuare. Del resto, nulla su questa Terra è eterno, meno che mai una rubrica sui giornali. E poi, come ho spesso avvertito, non ho né autorità né missione per pormi come “maestro” di chicchessia. Ebbene, devo confessare che mi metteva sempre più a disagio un eccesso di consenso da parte di tanti, un entusiasmo ansioso, quasi ad aspettare da me la “linea”, l’imbeccata per sapere come pensarla. Come cattolico sono convinto che tale ruolo spetti solo al Magistero. E nulla mi è più estraneo che il trasformarmi in una sorta di guru che pontifica e guida. So a malapena guidare l’automobile: ci mancherebbe che volessi guidare degli uomini! E poi, per dirla chiara: perché dovrebbero sempre e solo trottare degli asini come me, quando le università, i seminari, gli istituti della Chiesa sono pieni di cavalli, spesso di razza? Perché non scendono in pista loro, loro che spesso si limitano a guardare con sospetto i “bracconieri” come me?"

Dai tre volumi originati da Vivaio (la San Paolo creò per essi una collana apposita) gli spagnoli trassero un’antologia, scegliendo soprattutto i brani che cercavano di fare verità proprio sulla storia di Spagna, così diffamata proprio perché così cattolica. Se citiamo quella traduzione è per una vicenda singolare che vi è legata. L’antologia, infatti, fu pubblicata da Planeta (il maggiore editore “laico” sia nella penisola che nell’America Latina) con il titolo Leyendas negras de la Iglesia. Il successo fu straordinario, tanto che per mesi il libro fu in testa alle classifiche. Tra i molti lettori, il re stesso di Spagna, Juan Carlos, favorevolmente colpito che uno straniero difendesse, dati alla mano, una storia gloriosa di cui, purtroppo, molti iberici stessi erano tentati di vergognarsi. Ma il “compiacimento reale” crebbe ancora, e di molto, quando, nel 1998, sempre presso Planeta, apparve El gran Milagro, traduzione de Il Miracolo di cui parleremo. A quel punto, Juan Carlos decise di firmare un decreto, apparso sulla gazzetta ufficiale dello Stato, con la quale conferiva a “don” Vittorio Messori la croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica, il più prestigioso ordine cavalleresco di Spagna e che accoglie pochissimi stranieri particolarmente meritevoli verso la Hispanidad. Così, nel giorno di San Giovanni del 2000, presso lo storico palazzo dell’ambasciata presso la Santa Sede, nel corso del solenne ricevimento per l’onomastico del Re, l’ambasciatore decorava lo scrittore con la croce di Caballero per il suo impegno nella difesa della cultura iberica.

"In fondo, è stato punito il mio snobismo" dice Messori con autoironia "Pensavo che il massimo del kitsch fosse cercare o anche soltanto accettare onorificenze. Ovviamente, quella Croce non l’ho cercata ed è stata per me una sorpresa. Ma, contrariamente a quanto pensavo, l’ho accettata volentieri non solo perché viene da un Paese che, come cattolico, molto amo ma, soprattutto, perché porta il nome di quella grande regina di cui è stata sospesa la beatificazione (per la quale tutto è pronto da tempo e che meriterebbe in pieno) per l’opposizione tenace degli ebrei, dei musulmani, dei massoni. La grande Isabella è forse la più “politicamente scorretta” delle candidate agli altari, tanto è vero che, nella Chiesa stessa, non vogliono farvela salire: come non accettare, e con riconoscenza, l’Ordine cavalleresco a lei intitolato e di cui si sono fregiati tanti difensori dell’antica cristianità?".

I segreti dell'OBRA

All’inizio del 1994, dopo la SEI e la San Paolo, Messori pubblica con la Mondadori, che da tempo lo corteggiava. Il suo primo libro presso la grande Casa di Segrate è Opus Dei: un’indagine. Incuriosito dalla “leggenda nera“ che aleggia attorno alla mitica Obra (non a caso, essa pure di origini spagnole), lo scrittore decise di vederci chiaro, di cercare di capire che cosa fosse davvero questa realtà religiosa di oggi, così importante e al contempo così misconosciuta. Dunque, si rifece cronista e per un anno indagò sul campo: su sua richiesta, l’Opera gli permise di accedere a tutta la documentazione che desiderava, girò per le residenze, andò a Pamplona tra gli studenti e i professori dell’università fondata dal beato Escrivà, interrogò amici e avversari, visse con i numerari e i sopranumerari stessi. Anche questo libro, in fondo, non era affatto un masso erratico, rientrava nel suo piano di lavoro: dopo avere cercato di capire come “funzionasse” il vangelo nelle persone concrete (il caso di Faà di Bruno), voleva ora vedere come “funzionasse” in un gruppo di uomini che si facevano comunità, istituzione. Anzi, prelatura, come in questo caso.

Il libro suscitò grande impressione e, naturalmente, grandi polemiche: anche, forse soprattutto, negli Stati Uniti dove la traduzione circolò a livello di massa, provocando un dibattito serrato sui grandi media. Precisa il Nostro: "Specialmente all’estero, quel libro –che pure non era affatto apologetico, ma il più possibile oggettivo– diffuse la convinzione che io fossi membro dell’Opus Dei. Se così fosse, lo avrei detto subito, chiaramente, sin dalla prima pagina, lieto e orgoglioso di esserlo. In realtà non è così. Lo stesso beato Escrivà de Balaguer, il fondatore, ammoniva spesso che per entrare nell’Opera, occorre una specifica vocazione. Vocazione che io –almeno sinora…- non ho avuto. Dunque, ho anche lì amici e lettori, che stimo ma che non sono miei “confratelli” nella stessa istituzione. Del resto, la stessa mancanza di specifica “vocazione “ l’ho constatata nei riguardi di ogni altra istituzione ecclesiale cattolica Sono lietissimo della varietà sempre rinnovata di carismi all’interno della Chiesa. Quanto a me, ho sempre sentito che ero chiamato a cercare di essere, se possibile, un accettabile cattolico all’interno della Grande Chiesa, senza appartenenze ulteriori e particolari".

Un cattolico "anomalo"

In effetti, la sua situazione è singolare: da un lato tutta la sua produzione è una difesa della fede e della tradizione, nonché della storia, della Chiesa che la incarna. Dall’altro lato è il contrario di un timorato “cattolico di sagrestia”: anzi, in molte occasioni non esita a dire con chiarezza, non temendo di esser sgradevole, quanto in coscienza non gli sembra convincente nell’attuale pastorale della Chiesa. Come dimostrano non solo i suoi libri, ma anche i suoi articoli, soprattutto sul Corriere della sera: per quello che scrisse qui, in prima pagina, durante l’anno santo, si alienò molte simpatie di trionfalisti cattolici, convinti che Messori fosse un intollerabile guastafeste del compiacimento giubilare. E’ addirittura convinto che, essendo il clericalismo la patologia che sempre minaccia il cattolicesimo, una certa dose di “anticlericalismo” ben inteso –o, almeno, una sorveglianza attenta a questo proposito– sia non solo un diritto ma un dovere del credente. "Fossi vissuto nel Medio Evo" dice "non avrei avuto dubbi nella disputa tra guelfi e ghibellini. Sarei stato tra questi ultimi a fianco, nientemeno, di credenti della cui ortodossia non si può dubitare come Dante Alighieri: lui che non esita a mettere nell’inferno tanti prelati, un papa compreso… E proprio io, che cerco la giustizia storica per l’Inquisizione e che mi rifiuto di chiedere perdono per essa convinto che non ne abbia bisogno, al tempo del suo apogeo avrei avuto certamente dei problemi. Almeno a qualche interrogatorio piuttosto inquietante sarei stato chiamato da quei tosti giudici: anche se credo che, dopo magari qualche tratto di corda, mi avrebbero rilasciato, al massimo con l’ammonizione a moderare la lingua. Ma, senza andare troppo lontano, nella stessa Chiesa del preconcilio avrei avuto i miei guai".

Forse è anche per questa indipendenza di giudizio, unita alla consapevole e tenace fedeltà al Credo, che Giovanni Paolo II (che peraltro, come dicevamo, lo seguiva sin dal primo libro) lo volle come collaboratore in un iniziativa che, non a caso, è stata definita “storica “.

L'intervista

Come siano andate le cose, lo scrittore lo ha raccontato nella ventina di pagine di introduzione a Varcare la soglia della Speranza (un titolo proposto dal papa stesso). In quelle pagine, Messori ha confessato che l’improvvisa richiesta di condurre un’intervista tv, la prima della storia, a un pontefice (intervista da trasmettere su tutte le televisioni del mondo nell’ottobre del 1993, per i quindici anni di pontificato) se da un lato gli sembrava la realizzazione del sogno di ogni giornalista, dall’altro lato gli poneva degli interrogativi.

Come ha scritto: "Da cattolico, mi chiedevo se fosse davvero opportuno che il papa concedesse interviste, per giunta televisive. Non rischiava così (al di là di ogni sua generosa intenzione, ma venendo necessariamente coinvolto dal meccanismo implacabile del media-system) di confondere la sua voce nel caotico rumore di fondo di un mondo che tutto banalizza e spettacolarizza, che su tutto accumula opinioni contrastanti e chiacchiere inesauste? Era opportuno che anche un Supremo Pontefice Romano si adeguasse al “secondo me“ del colloquio con un cronista, abbandonando il solenne “Noi” in cui risuona la voce del mistero millenario della Chiesa?".

Questa sua perplessità, da cattolico che parlava contro il suo stesso interesse professionale, la espresse, subito con chiarezza, a Giovanni Paolo II durante il pranzo a Castelgandolfo, dove erano presenti il regista Pupi Avati e il direttore della Rete 1 della Rai. "Qualcuno mi ha chiesto come si possa essere così schietti con un papa, quando si siede a tavola davanti a lui. Ma a me pare che solo un cosiddetto “laico” possa essere in soggezione di fronte a colui nel quale non vede che il maggiore personaggio religioso-politico del mondo. Per un cattolico, invece, è innanzitutto un padre: con lui, dunque, affetto filiale, massimo rispetto ma anche massima confidenza".

Comunque, sia stato o no effetto delle osservazioni dell’intervistatore designato (che, tra l’altro, aveva fatto notare di non avere alcuna esperienza televisiva e che, dunque, era più opportuno rivolgersi ad altri), l’impegno era cancellato improvvisamente, la sera prima dell’inizio della registrazione. Il papa, però (come farà poi sapere a Messori, facendogli pervenire il suo testo) era rimasto colpito dalle domande del Nostro. Che dice: "Avevo preparato una trentina di punti, molto secchi e molto essenziali. Avevo un’occasione unica: potere interrogare il papa stesso su ciò che è il cuore della mia ricerca. Dunque: Dio, Cristo, la Chiesa, la possibilità stessa di credere, il rapporto con le altre religioni, l’avvenire del vangelo. Ho pertanto scartato subito le domande sull’etica, sulla politica, sulla società ; le domande, insomma, da “vaticanista”, con tutto il rispetto per chi gestisce questo tipo di informazione. Matrimonio dei preti o degli omosessuali, sacerdozio alla donne, preservativi, impegno politico dei cattolici, riorganizzazione della Curia ecc. ecc.: questioni importanti, magari, ma subordinate alla domanda essenziale. Quella della verità del cristianesimo; e del cattolicesimo in particolare. In effetti, la prima domanda che ho proposto è la constatazione che la persona che mi trovavo di fronte è, innanzitutto, un mistero sul quale bisogna “scommettere”: o un rappresentante di Dio nel mondo o il gestore di un’illusione millenaria. Da qui, quanto gli chiedevo: “Non ha mai esitato nella sua certezza di avere, proprio Lei, come Successore di Pietro, un legame con Gesù e, dunque, con Dio? Mai si è posto domande e problemi sulla verità di quel Credo di cui è il garante più alto?“. In un pezzo in prima pagina, il New York Times strabiliava: “Mai si è visto qualcuno che, come mister Messori, chiede a un papa se ci crede davvero“. Ma il punto da cui iniziare era proprio lì, alla radice, nelle fondamenta. Le altre domande erano in questa linea".

Una linea che, in ogni caso, colpì molto Giovanni Paolo II, probabilmente anche negli aspetti che apparvero un po’ irriverenti ai timorati. In effetti, anche i suoi collaboratori più stretti erano convinti che non si sarebbe più parlato di intervista, dopo l’abbandono del progetto televisivo. E, invece, il papa tenne nel cassetto della sua scrivania il fax con le brevi domande di Messori ("Mi vergogno ancora un poco: le avevo buttate giù con la macchina da scrivere, correggendole poi con un pennarello, senza ribattere") e alla sera, prima di chiudere la sua intensa giornata, rispondeva a mano, in polacco. Alla fine, a sorpresa, convocò il portavoce e gli disse di recapitare al giornalista le sue risposte ai quesiti..

Affidandosi anche alla maggiore agenzia editoriale del mondo, a New York, la Mondadori organizzò un’inedita operazione: la comparsa in contemporanea del libro in una cinquantina di lingue. Soltanto in Italia, Varcare la soglia della Speranza superò, in due mesi, il milione e mezzo di copie vendute. In questo modo, nell’elenco dei dieci libri più venduti nel Novecento italiano, appare il primo libro di Messori, Ipotesi su Gesù e questo in cui, oltre la domande, ha fatto un accurato e lungo editing oltre che il saggio introduttivo. Dunque, la presenza di Messori ha il primato di due presenze in questa classifica.

Il libro con Giovanni Paolo II e, in generale, il suo lavoro di saggista sono stati fatti oggetto del Premio Nazionale al Merito della Cultura Cattolica proprio per l'anno 1994, la cui motivazione trovate a questo indirizzo.

Dice lo scrittore: "Prevedendo quel che sarebbe successo, mi organizzai per sparire dalla circolazione subito dopo la presentazione ufficiale del libro, a Milano, con centinaia di giornalisti di tutto il mondo. Sia allora che in seguito rifiutai interviste e presentazioni ( la Mondadori me ne volle per avere detto tenacemente di no a “comparsate” televisive che potevano dare ulteriori colpi di volano a una ruota già gigantesca ma mi esponevano alla figura di farmi bello sulle spalle di Giovanni Paolo II..). Anzi, prenotai con largo anticipo un viaggio a Fatima non solo come pellegrino ma anche come studioso, volendo continuare sul posto certe ricerche su quel santuario. Così, in quell’ottobre del 1994, due giorni dopo il lancio mondiale, mentre le prime copie arrivavano in libreria, salivo sull’aereo per il Portogallo, senza telefono cellulare e senza lasciare recapito, e rientravo un paio di settimane dopo, quando la febbre dell’evento stava ormai sbollendo". I molti miliardi di diritti di autore (le copie diffuse nel mondo sono certamente superiori ai venti milioni) erano utilizzati dal papa per la sua carità, in particolare per costruire scuole nella ex-Jugoslavia devastata dalla guerra civile.

L’anno dopo , dunque nel 1995, esce (come dicevamo) il terzo volume della collana Vivaio, Le cose della vita. A differenza dei due che l’hanno preceduto, al materiale della rubrica di Avvenire aggiunge anche una decina di lunghi articoli o di brevi saggi apparsi su altri giornali e riviste.

Nel 1997 è ancora la volta della Mondadori, con Qualche ragione per credere.

Ritorno all'apologetica

Finora, Messori aveva pubblicato sue interviste ad altri. Questa volta è invece lui l’intervistato, dal collega del Corriere della Sera Michele Brambilla. La formula della domanda e risposta nasce dall’origine del libro, progettato come una serie di dialoghi da pubblicare sull’inserto settimanale del Corsera, Sette. I due volevano proporre una sorta di catechismo per lettori la cui ignoranza religiosa (anche per colpa di una certa pastorale) è spesso quasi totale. Per varie ragioni quel progetto non si realizzò ma Messori e Brambilla decisero egualmente di sedersi per qualche domenica attorno a un registratore, nella casa di Desenzano. "L’intenzione era di interrogarci sui tre “cerchi” dell’apologetica classica: prima Dio, poi Cristo e infine la Chiesa. Ma ci rendemmo presto conto che, per non superare certe dimensioni, avremmo dovuto limitarci al primo “girone”, annunciando al lettore che avremmo proseguito con un altro libro o magari con due. In effetti, buona parte del materiale per questa continuazione esiste già e necessiterebbe solo di essere messo in ordine per la pubblicazione. Ma è un lavoro che, credo, non farò perché mi sono reso conto che, su Cristo, non facevo altro che riassumere quanto ho già scritto in tre libri su di Lui. E, quanto alla Chiesa, molto materiale per cercare di capirne l’essenza e la storia sta in altri tre volumi, quelli di Vivaio. Poiché nulla mi annoia quanto tornare sul già detto, pur con delusione di certi lettori, credo che Qualche ragione per credere resterà il solo della serie programmata".

In effetti, in questo volume stanno gli interrogativi su Dio e la Sua esistenza che Messori non aveva ancora esplicitato, essendosi sin ad allora concentrato su Gesù e il Suo Dio “anomalo” ". Dice: "Sono stato segnato dal grido di Pascal nel Memoriale, gli appunti presi nella sua “notte di fuoco”, quella della definitiva conversione che cominciano con il celebre: “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non dei filosofi e degli scienziati!” Dunque, la mia riflessione andava da Gesù verso Dio, non viceversa, come di solito avviene. Nei seminari, ad esempio, la filosofia precede la teologia e questa la cristologia. Come riconosco anche nella postfazione che ho aggiunto a Ipotesi su Gesù nel 2000, la posizione di Pascal è comprensibile in un convertito (e anch’io lo sono) ma è parziale: senza chiarire prima il discorso su Dio, quello su Cristo rischia di essere deformato. Con Qualche ragione per credere ho cercato di colmare la lacuna". Come al solito, il libro era tradotto nelle principali lingue e suscitava dibattito, circolando a livello di best seller, soprattutto in Germania e in Francia.

Da calanda

Nell’autunno dell’anno dopo, lo scrittore pubblicava il suo primo libro con le edizioni Rizzoli. Qui, presenta Il Miracolo. Dice Messori: "Sono partito dalla celebre frase di Emile Zola davanti alla grotta di Lourdes: “Vedo molti bastoni e molte stampelle, ma non vedo alcuna gamba di legno”. Davvero, mi sono chiesto, vi è mai stato un miracolo inconfutabile come quello della riapparizione di un arto amputato? Anche qui, pascalianamente, ero convinto che un simile prodigio non fosse nello stile di un Dio che ama il chiaroscuro, che non vuole metterci con le spalle al muro davanti all’evidenza. Dunque, ero convinto che il Creatore, ovviamente, potesse ma che non volesse un simile segno che violenterebbe la nostra libertà di accettarLo o di rifiutarLo. Quando sono venuto a sapere che un caso del genere (una gamba riapparsa oltre due anni dopo l’amputazione) si sarebbe verificato a Calanda, villaggio di Aragona, nel 1640, per intercessione della Virgen del Pilar venerata a Saragozza, ho subito pensato che si trattasse di una pia tradizione, priva di riscontri storici, come nel caso di sant’Antonio da Padova e dei santi Cosma e Damiano. Studiando però il caso sui pochi libri che vi sono dedicati sono rimasto impressionato: così, sono andato in Aragona (vi sono poi ritornato molte volte), ho esaminato la documentazione, fatto sopralluoghi, parlato con gli storici locali. Alla fine, dopo avere esaminato tutte le ipotesi alternative, mi sono arreso: ho allargato le braccia e congedato i miei schemi (peraltro validi, ma salvo eccezioni come questa…) sul Deus absconditus.. La cosa più ragionevole, di fronte a una documentazione così schiacciante, era accettare il mistero".

Con oltre 40.000 copie vendute in Italia nei primi mesi (e con le traduzioni che ne sono seguite) Il Miracolo ha, in qualche modo, creato un nuovo pellegrinaggio : sono molti coloro che, con il libro in mano, si sono spinti e si spingono sino alla remota Calanda, centro sino ad ora di una devozione solo regionale. Mentre, come dicevamo, il Re di Spagna decorava Messori con l’Ordine di Isabella la Cattolica, i contadini del villaggio aragonese lo nominavano Mayoral de Honor del santuario costruito sul luogo del prodigio. "E’ il riconoscimento di cui vado più fiero, perché non ha alcun valore per il mondo ma lo ha grande per me, venendomi da quel popolo della Spagna profonda che, malgrado tutto, è ancora tenacemente legato a quella sua fede cattolica che ha portato in tutto il mondo. Convinto, come sono, che il Signore mi farà la grazie di morire prima di mia moglie, ho chiesto a Rosanna di mettermi al collo, nella bara, quel medaglione un po’ rustico, consegnatomi nella Calanda in festa nel suo “giorno del Milagro”, quando si apre l’arena e anche i toreri combattono in onore di Maria. Spero che il medaglione sia un buon passe-partout se, com’è purtroppo probabile, avrò qualche guaio con il Giusto Giudice".

Lourdes e dintorni

A proposito di temi mariani: la vigilia di Natale del 1996, in prima serata, andava in onda su Rai 3 il documentario Aquerò, su Lourdes e, soprattutto, su Bernadette Soubirous, di cui Messori era autore, con il regista Vittorio Nevano. Giudicando alta la qualità del film, la Rai presentava Aquerò come suo concorrente al Premio Italia dedicato alle trasmissioni televisive di tutto il mondo. Nel Natale dell’anno successivo, sempre Rai 3 trasmetteva Miriam, un breve film scritto dal Nostro, una sorta di “intervista alla Madonna”. Nel 1999 era la volta de Il Miracolo, ricostruzione girata sui luoghi del prodigio cui è dedicato il libro omonimo.

Sempre a proposito di carismi mariani: Messori, nel 1998, faceva tradurre dalla Mondadori il libro Lourdes:cronaca di un mistero in cui il celebre specialista René Laurentin sintetizzava decenni di ricerca storica su quelle apparizioni. Al libro, il nostro apponeva una lunga prefazione, quasi un piccolo saggio (al titolo Quella grotta sul fiume) dedicato soprattutto a quella piccola-grande Bernadette che molto ama e la cui ricorrenza festeggia ogni anno in concomitanza con il suo compleanno..

Verso la fine dell’Anno Giubilare, nell’autunno del 2.000, ecco finalmente il libro sulla Risurrezione. Dicono che è risorto è stampato ancora dalla SEI, poiché fa parte di una trilogia con le Ipotesi e Patì sotto Ponzio Pilato, stampati dalle editrice salesiana. Pochi libri erano così attesi. Nel capitolo introduttivo, l’autore spiega i motivi del ritardo che gli aveva provocato i solleciti di una folla di lettori. Questi non restavano delusi, come mostrano i dati sulla diffusione. Metodo e linguaggio sono gli stessi di Patì, come ovvio, dato che i due libri sono stati anticipati in prima stesura sulle pagine di Jesus nel ciclo intitolato Il caso Cristo.

Ritorno all'avvenire?

Per tutto il 2000 e fino al settembre del 2001, la serie consueta di articoli che Messori pubblica su Jesus si sdoppia. Chiuso il Taccuino mariano (che, come dicevamo, è in attesa di pubblicazione, ma non giace inerte perché la ricerca continua), cominciano gli Incontri. Si tratta di una serie di colloqui con i responsabili delle comunità religiose, maschili e femminili, per individuare i problemi, i progetti, le speranze, i timori della vita religiosa oggi.

A questa lunga intervista mensile, lo scrittore affianca una pagina sotto la testatina di: ABC: Un sillabario cristiano. Ogni volta, viene scelta una parola e si cerca di darne al lettore una interpretazione cattolica, precisando che si tratta di una prospettiva che non ha alcuna pretesa di “autorità “o di esclusione di altri punti di vista, del tutto legittimi nella Chiesa: semplicemente, vi è -qui- sottoposto all’attenzione e alla discussione quanto a Messori sembra di avere compreso della katholische Weltanschauung.

A partire dal settembre del 2001 cessano gli Incontri, mentre continua il Sillabario cristiano. Ad esso è ora affiancata la nuova serie detta La bussola. Si tratta, in qualche modo, di una ripresa del famoso Vivaio: in effetti (come già accennavamo) erano numerosi i lettori non ancora rassegnati alla fine della famosa rubrica e che continuavano a chiederne una ripresa.

Ma dietro la sua ripresa in Jesus (e la riproposizione, come vedremo, con lo stesso titolo di Vivaio, nel mensile Il Timone, a partire dal gennaio 2004) c'è un retroscena di cui ci parla lo stesso scrittore.

Racconta Messori: "Alla fine, dopo tante insistenze (e dopo essermi consultato con fratelli nella fede in grado di darmi un consiglio spirituale prima che professionale), ho cominciato a sospettare che, se non avessi raccolto un invito tanto vasto e ripetuto, ne avrei portato una responsabilità. Quasi un “peccato di omissione"? Non so. So che un giorno, nell’autunno dell’anno giubilare, ho chiesto un colloquio al direttore di Avvenire, Dino Boffo, che non rivedevo da tempo. Con schiettezza pari all’amicizia gli ho detto del mio problema, anche di coscienza, del materiale che raccoglievo come se ancora dovessi fare la rubrica e che da anni si accumulava, inutilizzato, in un armadio. Gli ho dunque chiesto se avrebbe accettato la ripresa del Vivaio. Boffo è stato non solo cortese ma, me lo si lasci dire, fraterno ed affettuoso. Innanzitutto mi ha ricordato (ed aveva ragione) che, quando decisi di interrompere la rubrica, lui era vice direttore e mi chiese insistentemente di non farlo. La mia decisione era stata subìta a malincuore da lui e dal direttore, l’ormai scomparso Lino Rizzi. Era disposto a dimenticare del tutto quel mio improvviso abbandono e si diceva contento della ripresa di un colloquio con i lettori del suo giornale, molti dei quali, come anch’egli sapeva, erano nostalgici di quegli appuntamenti. Boffo era così motivato (e ne sono certo, così sincero, anche se un po’ sorpreso) che subito mi propose una sorta di piano tecnico ed amministrativo per un pronto riavvio della pubblicazione. Naturalmente, come già avvenuto durante gli anni della prima serie, il mio impegno con Avvenire si sarebbe affiancato a quello con Jesus e non l’avrebbe sostituito. Fui però io a consigliare prudenza, ricordandogli come il mio nome, in campo cattolico, non raccogliesse certo unanimità di consensi: affetto in molti, ma diffidenza, se non ostilità, in altri.

Gli raccomandai dunque di pensarci e di consultarsi. Prima di ributtarmi nell’avventura, volevo essere certo che non sarebbe stata interrotta bruscamente (e questa volta non per mia iniziativa) e, soprattutto, che non fosse motivo di polemiche o di lacerazioni in una Chiesa che deva fronteggiare già tanti altri problemi. Boffo mi assicurò che l’avrebbe fatto ma, congedandoci dopo il lungo e amichevole colloquio, si disse sicuro che tra pochi giorni mi avrebbe telefonato per dare il via libera. Invece, i giorni passarono e soltanto dopo un paio di settimane mi giunse non una telefonata ma una lettera in cui il direttore –rammaricato e insieme un po’ imbarazzato– mi diceva che dopo le riflessioni e le consultazioni che io stesso gli avevo raccomandato, s’era reso conto che un nuovo Vivaio avrebbe rappresentato per Avvenire un problema, visto il difficile equilibrio tra varie “anime” ecclesiali che il quotidiano cattolico deve ogni giorno praticare.

Gli risposi subito, ringraziandolo di quanto aveva fatto e raccomandandogli di non preoccuparsi e di non sentirsi in alcun modo a disagio: quasi per un sgravio di coscienza gli avevo prospettato la mia intenzione ma, come i fatti dimostravano, avevo le mie buone ragioni nel consigliargli di rifletterci bene perché, in qualche modo, mi attendevo la conclusione".

Continua Messori: "Se racconto questo episodio è solo per confermare quanto sia singolare, oggi, il clima ecclesiale: le pagine dei maggiori giornali laici mi sono spalancate, da molte parti mi si chiede con insistenza di collaborare, mentre mi sono chiuse le pagine del quotidiano dei vescovi, malgrado il desiderio del direttore di ospitarmi.

Del resto, uno dei pochissimi giornali che, da molti anni, non pubblica mai le recensioni dei miei libri, che per esso non esistono, è quello ufficioso della Santa Sede. Non me ne faccio certo un merito ma neanche un cruccio, anche perché devo riconoscere che sono io stesso a cedere talvolta a espressioni e atteggiamenti che sembrano (e magari sono) sgradevoli in un certo ambiente clericale.

Basterebbe, da parte mia, un po’ più di prudenza, di diplomazia, di disponibilità, magari (lo dico a mio disdoro) di generosità: tranne rare eccezioni, ad esempio, ho rifiutato gli inviti a iniziative prese dalla “macchina“ vaticana, come convegni o altro organizzati da congregazioni e segretariati.

Troppe volte ho replicato con battute, se non battutacce, a proposte serie e fattemi con cortesia. Confesso (e questa volta con disagio se non un po’ di vergogna) di avere rifiutato anche l’invito –che mi giunse direttamente dalla segreteria di Giovanni Paolo II– di scrivere i testi per una Via Crucis pasquale in mondovisione, dal Colosseo. Si sa che il papa ha deciso di affidare quelle meditazioni a scrittori.

Un anno, la richiesta giunse a me. Devo dire, però, che il mio rifiuto di quella volta fu determinato da una sorta di spavento: chi sono io, cronista scalcagnato e, purtroppo, spesso semplice aspirante cristiano, per proporre al mondo intero, in diretta tv, riflessioni spirituali sul dramma cosmico della Passione? Così, arretrai spaventato: per doverosa umiltà o per colpevole pusillanimità?

"Non so ancora decidermi. E’ comunque chiaro che non solo non coltivo nessuna complesso di persecuzione, ma sono pronto a riconoscere di avere ricevuto tanto, forse troppo, dentro alla Chiesa stessa, una Chiesa del cui mistero sono affascinato ma che talvolta ho un po’ snobbato nel suo aspetto istituzionale. Non ho nulla da “perdonare” ad alcuno ma, semmai, ho io da essere perdonato per avere spesso mancato di pazienza e di tatto con uomini dell’apparato ecclesiale della cui buona volontà e sincerità sono sicuro. Malgrado i limiti, i difetti, le piccolezze, le colpe (a cominciare, s’intende, da miei e dalle mie) la Chiesa cattolica è ancora –lo dico per ormai lunga esperienza– l’ambito del mondo in cui più ci si sforza di praticare la più bella e oggi la più rara di tutte le virtù: la bontà. Assieme alla giustizia e all’onestà. Nessuna lagna, dunque, per le porte chiuse da Avvenire: come scrivevo a Boffo, ero io il primo a riconoscere che non avrebbe potuto, probabilmente, fare in modo diverso".

Il nuovo vivaio

Comunque, circa un anno dopo, ormai terminato il ciclo degli Incontri, il Vivaio che il quotidiano cattolico non aveva potuto ospitare ricominciava –seppure con una periodicità e un programma un po’ diversi– sulle pagine di Jesus, a conferma della disponibilità, malgrado tutto, del mondo cattolico. Anche di quello, magari, con sensibilità e stile diversi da quello di Messori che, nel frattempo, il 16 aprile del 2001 ha compiuto 60 anni.

Commenta:"Sono entrato in quella che, con un eufemismo consolatorio e dunque ipocrita, si chiama “terza età“, come se l’età dell’uomo fosse 90 anni. In realtà –ammesso e non certo concesso che mi riesca di rispettare la statistica– mi restano meno di 15 anni, visto che l’età media per il capolinea del maschio europeo è tra i 73 e i 75 anni. Sono conti che nessuno vuole fare, oggi; spesso, neppure uomini di Chiesa che, magari a 80 anni suonati, commentano l’attualità, fanno progetti, parlano di tutto ma non di morte: quella loro, imminente. In fondo, quasi tutta la pastorale della Chiesa di oggi, con il suo appello all’impegno socio-politico -economico, è per i giovani e sani; e il giovanilismo è al centro del politically correct clericale. .

E’, questo, uno degli aspetti attuali ecclesiali che meno mi entusiasmano e più mi preoccupano. Comunque sia, potrebbe non farli, simili conti con la sua non lontana fine (al massimo, qualche migliaio di giorni) l’autore di Scommessa sulla morte? Dunque, per dirla con la Scrittura, sono del tutto consapevole il tempo si è fatto breve. E già la salute –che sinora quel Dio che, davvero, con me è stato sempre “tardo all’ira e pronto al perdono” mi aveva assicurato con generosità– mostra cedimenti premonitori, segni che preludono al declino e, dunque, alla fine. Da qui il concentrarmi su qualche progetto di libro che davvero giudichi utile a qualcuno, dicendo più che mai “no” alla dispersione di collaborazioni giornalistiche fine a se stesse o a futilità come convegni, tavole rotonde, viaggi non indispensabili, premi, onori, “mondanità “ varie ed altro. In realtà, questo “no” l’ho sempre detto; ma ora è divenuto ancor più rigoroso. Se dessi ascolto alla mia tentazione farei il contrario di quanto non facciano gli “intellettuali”, e tanto più quanto sono noti e prestigiosi: rifiutano, cioè, con ostinazione senile, di farsi da parte, di andare in pensione. C’è da capirli: aggrapparsi al lavoro è un modo per cercare di esorcizzare la morte, di rimuovere il pensiero della fine, con tutti gli interrogativi (consolanti per alcuni, ma terribilmente inquietanti per altri ) che un simile pensiero suscita. In questo modo, però, finiscono spesso col dissipare –nelle ripetizioni e nelle fissazioni inevitabili nella vecchiaia– il patrimonio di credibilità accumulato in una vita. Io, in pensione, ci andrei subito, smettendo di scrivere (attività disumana, quindi terribilmente faticosa) e dedicandomi alla lettura, che invece adoro e che mi riempirebbe gradevolmente gli ultimi anni. Paradossalmente, l’eccesso di libri maneggiati per tutta la vita mi ha tolto la possibilità di leggere: ogni volume, per me, è stato sinora uno strumento di lavoro, da esaminare, spolpare, annotare, utilizzare. Che gioia sarebbe il tornare a quei piaceri del libro che ho conosciuto solo al tempo delle grandi letture dei classici francesi, russi, anglosassoni, nell’adolescenza! Che gioia fare il devoto che, tra altri devoti, va in pellegrinaggio in quei santuari, soprattutto mariani, che così amo e ci va per pregare, pensare, cantare senza preoccuparsi del pedaggio di quanto deve scrivere dopo! Ho una gran voglia di anonimato, di non dovere firmare dediche o esprimere sempre e comunque opinioni che poi finiscono sui giornali. Questo, peraltro, è un desiderio che ho da sempre: il primo libro volevo firmarlo con uno pseudonimo, che avevo già trovato. Avevo, infatti, scoperto che un perfetto anagramma del mio nome e cognome suonava come Remo Rossiviotti o, a scelta, Rossi Viotti.

Insistetti con il salesiano Francesco Meotto, allora direttore editoriale della SEI, per figurare così in copertina: bello, da sconosciuto, stare a guardare che succedeva a un tuo libro che tutti attribuivano a un altro! Che c’è di più comodo di scrivere best seller internazionali senza doverne pagare le conseguenze in una popolarità che solo gli sprovveduti possono desiderare? Don Meotto non me lo permise: e, con tutta l’amicizia e la stima che ho per lui (già passato dall’altra parte, con il suo don Bosco), gliene ho sempre voluto un po’ per questo divieto. Mia moglie, comunque (e, devo dire, anche qualche persona di sicura spiritualità e del cui consiglio mi fido) mi dicono che non ho ancora il diritto alla pensione, che devo almeno cercare di completare il programma minimo di lavoro. Vado dunque avanti, finché mi sarà dato di sentirmi lucido e in grado di dire qualcosa che sinora non avevo detto. Alla prima ripetizione (pensiamo agli imbarazzanti articoli e libri di certi vecchi “maestri”, fatti ormai con la fotocopiatrice o con i ricordi, mille volte ripetuti, di cose remote) capirò che è il momento di congedarmi. E non mi si dica che ho il “dovere” di continuare perché altri non vogliono o, magari, non sanno fare questo lavoro! Gesù mette in guardia chi si ritenga “indispensabile”, affermando che Dio “può trarre dalle pietre dei figli di Abramo“. Così, in fondo, è avvenuto con me, con quel giovane che ero e che tutto pensava di fare nella vita tranne che “lo scrittore cattolico”… Ero una “pietra” e senza che alcuno lo avesse programmato (io meno che mai: anzi!) sono stato costretto a scrivere certe cose. Dunque, a sorpresa, avverrà così in futuro con altri, com’è sempre successo. E sempre sono stato consapevole che la Chiesa c’era, per fortuna, prima di me e ci sarà dopo di me. Ciascuno, in questa Chiesa, deve lavorare al posto cui è chiamato : prendendo sul serio il più possibile il suo impegno e il meno sul serio possibile se stesso, nella consapevolezza che è Dio che dispone e che fa".

Continua però Messori: "E’ singolare che –pur del tutto conscio della mia età e del tutto allergico a travestirmi da giovane– non riesco a dire “ai miei tempi”. I miei tempi li sento questi, proprio questi che viviamo: non solo non ho alcuna nostalgia per il passato, ma ho un brivido di raccapriccio se penso alla bigotta Italia democristiana, quella del mitico schiaffo di Oscar Scalfaro a una signora scollata al ristorante o dei mutandoni alla ballerine in tv. Amo questa Open Society, questa società aperta, come la chiamava Karl Popper, poiché amo la libertà del Vangelo e la sua morale proposta e non imposta. So che non può esserci virtù vera senza la possibilità di optare per il peccato. Mi piace la vita come avventura, dove santi e mascalzoni si intersecano, dove si confrontano il bene e il male. Amo –come dicevo– le metropoli, le giungle d’asfalto e mi angoscia invece la vita come caserma dei fascisti, come falansterio sociale dei comunisti, come casetta di Biancaneve degli ecologisti, come convento o seminario obbligati dei clericali. Tutti i miei libri, del resto, li ho scritti pensando all’uomo della città secolare. Non ho alcuna riconversione da fare a questi “tempi nuovi”, che ho sempre sentito come i miei, anche quando altri nella Chiesa cercavano, spaventati, di contrastarli. Anche questo mi fa sospettare (e spero di non sbagliarmi) che non sia ancora arrivato il diritto alla pensione, il tempo di guardare dal di fuori un mondo che non si comprende più. Se non mi illudo, questo tempo mi sembra di capirlo benissimo e mi ci muovo ancora come un pesce nell’acqua. Dove invece mi sentirei fuori posto sarebbero i passati (ma poi non troppo) tempi in cui ogni peccato era anche reato e in cui l’occhiuto parroco ti sorvegliava e magari pretendeva dal sindaco la chiusura di osterie e caffè nell’ora della messa grande...".

Quegli occhi sulla storia

La penultima fatica di Messori (autunno del 2001) è scritta a quattro mani con Rino Cammilleri: questi ha curato la prima parte, di ricostruzione storica, mentre è del Nostro la lunga intervista in cui ha sintetizzato molti anni di riflessione su una possibile “teologia della storia“, basandosi, qui, in particolare sulle date e sui luoghi delle apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa. Il libro esce dalla Rizzoli (come già Il Miracolo) ha per titolo Gli occhi di Maria e intende richiamare l’attenzione su eventi inauditi nella storia cristiana eppure o dimenticati o spacciati sbrigativamente, magari anche da storici in clergyman, come “fenomeni di allucinazione collettiva” se non “ frutti di superstizione”. In realtà, ci troviamo di fronte a un rigoroso e lungo processo canonico, concluso con una sentenza positiva, senza esitazione. Si tratta di quanto avvenne nel 1796 negli Stati pontifici, e in particolare a Roma, all’irruzione dei feroci saccheggiatori al seguito di Napoleone Bonaparte. Cominciando dal duomo di Ancona, proprio la vigilia dell’arrivo dei giacobini francesi, centinaia di immagini –soprattutto mariane e soprattutto a Roma, dove ci furono più di cento casi – si “animarono”, aprendo o chiudendo gli occhi, cambiando colore ed espressione. I fatti furono attestati da centinaia di migliaia di persone, molte delle quali scienziati o stranieri non cattolici o non cristiani. Il Bonaparte stesso ne fu testimone e ne rimase scosso. Insomma, ancora una volta Messori –in coppia, qui, con Cammilleri, il ben noto e apprezzato autore di una ventina di libri cattolici– riporta alla luce un aspetto della storia cristiana che, ben lungi dall’essere anacronistico , può lanciare messaggi illuminanti sulla nostra attualità.

Maguzzano

Dice lo scrittore: "I prossimi libri, se mi sarà dato tempo e salute per farli, saranno pensati e scritti non più (o non solo) nella biblioteca al piano terreno della mia casa nel centro di Desenzano. In effetti il computer, ormai così centrale per la vita professionale, l’archivio e le opere di consultazione che impiego più spesso saranno trasferiti a un tre chilometri da qui, nell’antica abbazia già benedettina (ora dell’Opera di san Giovanni Calabria) di Maguzzano. Luogo singolare, in una splendida posizione sul lago, in una campagna minacciata di lottizzazioni ma per ora ancora quasi intatta, con un bel chiostro ricostruito in un anno fatale, il 1492. Ma non è per ragioni estetiche o, meno che mai, “da verde“ che ci vado. Perché, allora, ho corteggiato a lungo i miei amici, religiosi calabriani, per ottenervi qualche locale da adibire a studio? Ma perché credo nel genius loci, perché in quel luogo, da oltre mille anni, pur con i peccati, i limiti gli errori che tutti ci contrassegnano, si è cercato, malgrado tutto, di prendere sul serio il vangelo. Perché mi piace sentirmi inserito, nella mia piccolezza, nella storia di una fede che non vuole arrendersi e che quando sembra ormai esausta ha la forza di risollevarsi e di ricominciare con vigore sorprendente. Maguzzano, come ogni abbazia così antica (gli inizi, qui, sono dell’epoca di Carlo Magno) ha conosciuto distruzioni, abbandoni, decadenze , confische, occupazioni, soppressioni. Eppure, ogni volta la fede, ostinata, ha saputo risollevare le mura, ricostruire la chiesa, riedificare il coro e il chiostro, riprendere il cammino. Veniamo da lontano, noi cattolici: anzi siamo, almeno in Occidente, quelli che vengono da più lontano nel tempo. Nessun altro era già qui quando Augusto proclamava la pax romana. Ci siamo ancora. E ci saremo (anche se non sappiamo come ridotti: e se saremo solo un piccolo gregge e l’imponente barca di Pietro sarà ridotta a una zattera, non ci sarà da stupirsi o da lagnarsi, perché è vangelo) ci saremo pure alla fine della storia. Ecco, riflettere sul vangelo in un’antica abbazia che ha vissuto buona parte di questo cammino era importante, per me. Considero un dono –dal quale cercare di trarre il più possibile frutto– questo, che forse è il mio ultimo trasloco".

Mondadori

Il 2002 è l'anno di un nuovo caso editoriale. Ne è protagonista, in prima persona, l'erede della più importante "dinastia" editrice italiana, Leonardo Mondadori, il quale manifesta a Messori l'intenzione di scrivere un piccolo "catechismo" con la collaborazione del proprio direttore spirituale.

Il "fiuto" di Messori lo porta a suggerire all'amico editore -convertitosi da qualche anno al cattolicesimo ed avvicinatosi, sia pure senza farne parte, all'Opus Dei- di canalizzare questo suo desiderio di comunicare in un racconto del proprio approdo alla fede cattolica e, quindi, in un libro dal taglio più esperienziale ed autobiografico.

Mondadori acconsente ed i due si recano nei possedimenti pugliesi dell'editore, per raccogliere questa straordinaria "confessione". Nasce così Conversione, una storia personale straordinario racconto degli ultimi anni di vita di Leonardo Mondadori, un libro di grande successo e di eccellente diffusione.

L'opera si rivelerà, peraltro, una sorta di "testamento spirituale" di Mondadori, il quale morirà il 13 dicembre di quello stesso anno, sconfitto dal cancro che lo aveva colpito subito dopo il suo approdo alla fede.

Le nuove sfide

Il 2002 è caratterizzato anche dal clamore suscitato dalla anticipazione, fatta da Messori sul Corriere, della decisione del Papa di non ritirarsi dal ministero petrino in ragione delle sue difficoltà di salute.

L'articolo di Messori rende viene autorevolmente e implicitamente "confermato" dal Papa steso durante il suo intervento, in Piazza San Pietro, per la festa dei SS. Pietro e Paolo.

Il 2003 è un anno apparentemente poco "significativo" per Messori, il quale continua ad essere impegnato nelle sue collaborazioni giornalistiche, con alcune importanti svolte.

La prima, sul piano giornalistico, è l'approdo al Timone, la giovane ed agguerritissima rivista di apologetica diretta da Giampaolo Barra, dove il nostro riprende i suoi fortunatissimi Vivai.

La scelta dello scrittore porta, inevitabilmente, a limitare il suo impegno per Jesus, nel quale -tuttavia- Messori mantiene una gustosa rubrica sui "suoi" libri, dedicata alle opere letterarie o saggistiche che lo hanno più colpito e influenzato.

La seconda è l'inizio della stesura di un libro sulla "sua" Torino, la città in egli è cresciuto e s'è formato. In questa "impresa" letteraria, lo scrittore è affiancato dal brillante inviato del Corriere della Sera (già a La Stampa), Aldo Cazzullo. Il libro ha una storia complessa e tormentata: nasce come intervista per poi svilupparsi in due distinti e complementari saggi sul capoluogo piemontese.

Il saggio messoriano, tuttavia, non potrà dirsi esattamente tale: esso rappresenta infatti un intenso pellegrinaggio della memoria fra i luoghi e i ricordi dello scrittore in cui ci sarà dato di scoprire un Messori assolutamente inedito, e non solo perchè il libro non è di argomento strettamente religioso.

Libri Vittorio Messori
Data creazione biografia: 20 gennaio 2006
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